Parliamo della Teoria dell’Attaccamento

Attaccamento, Genitorialità, J. Bowlby, Psicologia

La teoria di riferimento che costituisce il fil rouge della mia attività, è la Teoria dell’Attaccamento e non capisco perché non ho ancora scritto nulla al riguardo. Rimedio subito!

330363dae627c599eea46e30b6670177Questa teoria, formulata da J. Bowlby, sostiene l’importanza fondamentale della relazione primaria tra caregiver (colei/colui si occupa prevalentemente dell’accudimento fisico ed emotivo del neonato) e bambino. L’idea è che in questa prima relazione fondamentale, che spesso si instaura con la madre, ci siano le basi delle relazioni future. ATTENZIONE! Questo non significa che la relazione materna sia causa e culla di ogni male/bene del futuro del bambino o che una volta instaurato un tipo di relazione primaria, poi il destino del piccolo sia ormai marchiato a fuoco! Significa che le prime esperienze di ognuno di noi sono importanti e avere delle persone che si prendano cura di noi è fondamentale per il nostro successivo sviluppo.

Forse vi sembrerà un concetto scontato, ma non è così, o per lo meno, non lo è da molto tempo. Anche solo una manciata di decenni fa, si pensava che per la sopravvivenza del bambino fosse fondamentale esclusivamente la soddisfazione delle cure fisiche e nutritive: ti do da mangiare e ti garantisco un livello igienico sufficiente per non rischiare di morire di setticemia ad ogni graffio. Ma stranamente, e in modo del tutto imprevisto e inspiegabile ai professionisti del tempo, questi bambini, così sufficientemente nutriti e sufficientemente puliti, sviluppavano malattie, ritardi, ritiri sociali, diventavano inabili a lavorare o ad essere autonomi. I più sfortunati addirittura si lasciavano morire. Una cosa terribile. Una cosa inaudita. Una cosa che, probabilmente, veniva attribuita a qualche malattia fisica o alla debolezza genetica del piccolo.

Ci sono voluti anni e l’intervento di ricercatori famosi come Freud (non lui, il supremo Sigmund, ma sua figlia, Anna. Per la serie, tutto in famiglia) e il nostro eroe, il Dr, John Bowlby.

Cosa scoprirono questi ricercatori? Semplicemente che la sopravvivenza di una persona non si basa solo sulla sua sopravvivenza fisica, ma anche su quella emotiva.  Una insignificante postilla che, però, ha rivoluzionato tutta la psicologia e che ha contribuito a dare origine a quella che oggi è conosciuta come “psicologia infantile” portando alla luce anche l’importanza della tutela dei bambini in quanto minori e prezioso futuro della società da curare e proteggere (e non come oggetto scambiabile tra adulti, basti pensare alle “adozioni” di altri tempi, senza volontà e senza diritti almeno finché non diventa abbastanza grande per lavorare e guadagnare o a meno che non nasca in un contesto signorile/nobile/ricco). Pensate che è solo nell’ultimo dopo guerra che sono stati studiati, in modo decente per lo meno, gli effetti della deprivazione affettiva nei primi anni di vita.

bowlby-johnMa tornando alla nostra teoria, Bowlby, nelle sue ricerche, scoprì che ciò di cui hanno bisogno i bambini sono persone che fungano da base sicura e da porto sicuro. Se foste milanesi, a questo punto il pensiero dominante sarebbe Se gh’è? Provo a spiegarmi meglio.

 

Pensate a un bambino che gioca in un posto sconosciuto, un nuovo parco o a casa di un amico dei genitori. La prima cosa che fa, solitamente, è nascondersi dietro le gambe della mamma, stargli attaccato e, al massimo, giocare con quello che lei gli fa vedere. Un po’ come un porto sicuro dove rifugiarsi e cercare conforto in una situazione piuttosto stressante. Ma una volta presa confidenza, il bambino inizia ad esplorare, fa i primi timidi tentativi per raggiungere un gioco particolarmente interessante, posto a qualche metro di distanza. Lo raggiunge, lo afferra e guarda vittorioso indietro, il viso della mamma, mostrando l’oggetto così duramente conquistato. La mamma, tranquilla e attenta ai suoi movimenti, gli sorride e lo incoraggia, con un cenno della testa, a continuare a giocare. Il bambino, avendo il consenso della mamma, che implicitamente gli dice “tranquillo, non c’è pericolo, gioca pure, io sono qui vicino” inizia a dedicarsi al gioco, perché ha una base sicura, ovvero il genitore che, sì, lo protegge, ma lo invita a dedicarsi ad esplorare il mondo, sotto il suo sguardo vigile, rassicurante e protettivo. Se però capita, all’improvviso un forte rumore, un bicchiere che cade, per esempio, il bambino si spaventa e corre dalla mamma, il suo porto sicuro. Ma una volta consolato, la mamma lo invita a riprendere il gioco che stava facendo e lo rassicura sul fatto che non c’è più pericolo, tornando a svolgere il suo ruolo di base sicura. Sono più chiari ora questi due concetti?

Ecco, tutto ciò è l’attaccamento, la base della prima relazione del bambino e di tutte quelle future. Infatti, oltre la primissima con la madre, ci sono poi tutte le altre relazioni importanti con altri adulti (papà, nonni, tate, zii,…) e ognuno sarà a sua volta porto e base sicura per il bambino. E una volta che il frugoletto crescerà e farà sempre maggiori esperienze con adulti importanti (mastre, allenatori,…), imparerà cosa spettarsi dagli altri. Questo perché tutto sarà stato “registrato” nella sua memoria, sotto forma dei cosiddetti modelli operativi interni (MOI). Per comprendere quest’altro concetto, immaginatevi che vi sia, nella testa di ognuno di noi, dei copioni o dei modelli, che indicano chi sono io, chi sono gli altri, e chi sono io nei confronti degli altri. Per esempio:

 Io sono una persona affidabile, gentile, un po’ permalosa, ma spiritosa e sensibile; gli altri sono persone fidate, che mi sanno proteggere ma non mi limitano, anzi, mi incoraggiano a farcela con le mie forze, ma sono pronti ad intervenire qualora io abbia bisogno di aiuto; con gli altri vado d’accordo, mi diverto, soprattutto con le persone “alla mano”, c’è rispetto e aiuto reciproco e se c’è qualche problema lo si affronta con calma e apertamente.

cropped-rose-coloured-glassesv2Questo è un esempio di modello operativo interno di sé, degli altri e del sé con altri, particolarmente ricco e felice. E questo si forma con le esperienze che si fanno nella vita, facendo la “media” di ciò che ci accade e delle reazioni che intratteniamo con gli altri. Ecco, le prime relazioni con mamma e papà, sono la base di questi modelli, che faranno da filtro per tutto il resto della nostra vita: se incontro una persona e sono stato abituato a essere capito e rassicurato, affronterò l’incontro con speranza e tranquillità. Se, invece, il mio MOI dell’altro è negativo perché sono stato abituato a non essere compreso o ascoltato, affronterò l’incontro con la stessa persona con ansia e stress. I MOI sono come una lente davanti agli occhi, un filtro che ci fa percepire la realtà in modi particolari, in base alle nostre precedenti esperienze. Sono occhiali con lenti graduate e personalizzate, ma che possono cambiare con il tempo in base alle esperienze importanti che si fanno nella vita. Ed è questa la parte più bella di questa teoria: la speranza! La speranza di poter cambiare e migliorare, la speranza che vivendo un’esperienza positiva le lenti dei nostri occhiali possano variare e farci vedere il mondo sotto un’altra luce. Se ho un MOI negativo e mi aspetto il peggio da me o dagli altri, trovare una persona con cui instauro una relazione importante, che mi giudica capace, pieno di risorse, amabile e che si prende cura di me, può trasformare lentamente i miei MOI in positivi. Certo, è possibile anche il contrario, ma molto difficile. Quanta speranza! Quante possibilità di migliorare!

Se per il bambino le relazioni più importanti sono quelle con i genitori, per l’adolescente sono quelle dei pari e per l’adulto sono quelle con il partner. In base a queste relazioni, si costruiscono le lenti dei nostri occhiali, i nostri MOI. Più le relazioni sono precoci nella nostra vita, più si ancorano nel nostro vissuto e nella nostra personalità. Difficili da cambiare, ma non impossibili.

untitled11Non voglio entrare troppo nei particolari, perché altrimenti diventa un articolo lunghissimo, ma l’ultima cosa che vi anticipo, è che fin da piccolissimi si può stabilire il MOI che il bambino si è creato fino a quel momento, e lo si fa categorizzando l’attaccamento in quattro stili diversi: Sicuro (l’esempio fatto prima), Insicuro Ambivalente (ho bisogno dell’aiuto dell’altro, perché il mondo è pericoloso, ma l’altro non mi sa proteggere come io vorrei), Insicuro Evitante (non avrò mai l’aiuto e la protezione dai miei adulti di riferimento, devo cavarmela da solo, anche se ho paura), Disorganizzato (sono spaventato, così tanto che non so cosa fare perché la persona da cui devo e voglio essere protetto è proprio la persona che mi spaventa). In futuro farò un articolo dedicato a questi diversi stili e una specifico dedicato all’attaccamento nell’età adulta, con il proprio partner, ovvero, l’attaccamento di coppia.

Spero di aver fatto un po’ più di chiarezza rispetto a questa profonda e bellissima teoria psicologica e sono sicura di avervi dato numerosi spunti su cui riflettere! Lo so che ora cercherete di capire come sono i vostri MOI. A me interessa che passi il messaggio che la realtà che noi percepiamo non è oggettiva, ma è filtrata dalle nostre aspettative e dalle nostre conoscenze di noi e degli altri e che questo nostro filtro è mutevole e può migliorare. Mi sembra un ottimo punto di partenza!

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