Teorie di riferimento e tecniche usate

La teoria di riferimento fondamentale, che guida il mio pensiero e il mio operato è la Teoria dell’Attaccamento. Se non ne avete mai sentito parlare, vi lascio il link del mio articolo che vi può aiutare a capire di cosa si tratta e quindi quale è il mio presupposto fondamentale quando lavoro.

Il sostegno psicologico che offro si rifà essenzialmente ai principi del Counselling clinico, definito dalla British Association for Counselling come “I’uso della relazione abile e strutturato che sviluppi l’autoconsapevolezza, l’accettazione delle emozioni, la crescita e le risorse personali. L’obiettivo principale è vivere in modo pieno e soddisfacente. Il counselling può essere mirato alla definizione e soluzione di problemi specifici, alla presa di decisioni, ad affrontare i momenti di crisi, a confrontarsi con i propri sentimenti ed i propri conflitti interiori o a migliorare le proprie relazioni con gli altri. Il ruolo del counsellor è quello di facilitare il lavoro dell’utente in modo da rispettarne i valori, le risorse personali e la capacità di autodeterminazione.”

Il principale strumento che uso durante il percorso è il colloquio, e in particolare, il Colloquio Motivazionale di Miller e Rollnick, ovvero, un colloquio indirizzato verso il cambiamento, dove l’operatore motivazionale (ovvero, io) è innanzitutto una persona in grado di stabilire e mantenere una buona relazione con il cliente. L’idea di base è che la scelta di cambiare e le linee per le quali mettere in pratica tale cambiamento scaturiscono dal cliente e che l’operatore, tanto più è esperto, tanto più riconosce e promuove l’autonomia del cliente stesso. In tal senso è compreso il riconoscimento della scelta di “non-cambiare”. In questo senso, questo colloquio lo si può definire ‘centrato sul paziente’ in quanto ha molti rimandi alla teoria definita da C. Rogers, ma se ne distanzia per la possibilità che il colloquio possa anche risultare, quando necessario, direttivo, ovvero, come una guida nel turbinio di pensieri e situazioni esposte dal cliente.

Durante i colloqui di coppia, mi avvalgo, per lo più, alle tecniche di ‘consulenza di coppia’ seguendo i principi della Teoria Sistemica Familiare, in particolare del Milan Approach. In questa ottica, si definiscono coppia due persone che si ritengono tale: ognuno di noi ha in mente un modello ben preciso di cosa è coppia, di cosa è una coppia ‘funzionale’ e una ‘non funzionale’, ma nel lavoro clinico, ciò che è importante è quello che le persone pensano di se stessi come coppia. Lo psicologo deve capire la loro rappresentazione di coppia, perché se lavorasse sulla propria rappresentazione di questo costrutto, non riuscirebbe a capire appieno le motivazioni, le richieste e i bisogni portati di volta in volta dai clienti. Non c’è un ideale di coppia, non esiste il modello definitivo e la ricetta magica per diventare la coppia perfetta. Ogni coppia è a sé, ogni coppia è un mondo da esplorare, ogni coppia deve trovare il suo equilibrio, il suo assetto per continuare a vivere serenamente.

Prediligo usare test proiettivi, ovvero test che si basano su stimoli volutamente ambigui e che, proprio per questo, mettono in moto la fantasia e l’immaginario di ciascuno. Ad esempio, se inizio a raccontare una storia e poi chiedo di completarla, oppure chiedo di completare un disegno o di interpretare una scenetta,… in questi casi ognuno metterà elementi propri della sua persona, che fanno parte del proprio mondo immaginario. Questi test permettono di dare uno sguardo alla personalità del cliente, nel suo complesso.

 

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